Lunedì 6 maggio 2019 – la prof. Fabiana Fusco:”Ministra no, maestra sì. La questione della ‘lingua al femminile’ tra norma e uso nell’italiano”

Fabiana Fusco, Ordinaria di Linguistica Educativa  Teoria e Storia della Traduzione all’Università degli Studi di Udine, autrice del libro “La lingua e il femminile nella lessicografia italiana: tra stereotipi e (in)visibilità”, ha ben delineato il percorso della declinazione della lingua al femminile dagli anni ’80 in poi. Per l’Italia il punto di partenza da cui si sviluppa una più attenta analisi della questione è il 1987, l’anno in cui si pubblica “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua” di Alma Sabatini, libretto voluto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione per la Parità e Pari Opportunità tra uomo e donna. A più di trent’anni da allora cosa è cambiato nella nostra lingua? Perché ad esempio si dice maestra e lavandaia e non notaia? Quali gli usi oggi per indicare cariche politiche, istituzionali e giuridiche? Raramente si declina sindaca o ministra, parola quest’ultima abominevole secondo Giorgio Napolitano, e quali sono le espressioni contenute nei dizionari o correnti nel linguaggio giornalistico, nonché nei programmi e soprattutto nei libri scolastici? All’origine di un linguaggio sessista troviamo varie cause: lo stereotipo come negazione della differenza,  come oscillazione, incertezza e insicurezza (quale è il femminile?); un conservatorismo estetizzante che qualifica come brutti i termini volti al femminile (architetta per esempio), dal quale si generano resistenza, diffidenza, ilarità o imbarazzo; il benaltrismo che sentenzia come sia meglio condurre altre battaglie che quelle per aggiustare la lingua; e infine il predominio del maschile nelle concordanze e le tante vistose asimmetrie  grammaticali. Nonostante la crescita e l’affermazione delle donne in ruoli, professioni e carriere ormai a torto considerate  esclusivamente maschili, vi è una resistenza nella lingua a riconoscere questo cambiamento sociale e culturale. Si usa ancora il maschile attribuendogli una falsa neutralità. Il linguaggio è importante ed è sempre spia e specchio di mentalità e di gerarchie di potere: quando le donne sono al vertice o ricoprono ruoli di primo piano, non viene loro riconosciuto il genere e se si introduce la qualifica volta  al femminile (avvocata, ingegnera, ecc.) ciò avviene con una sfumatura riduttiva più o meno intenzionale nel parlante. Giustamente Laura Boldrini nota che non si ratta di “una questione di semantica ma di concetto”.  Le parole condizionano il modo di pensare  e le relazioni sociali, per questo dobbiamo riflettere sulle forme androcentriche, avendo per fine un effettivo progresso umano,  e agire per la parità promuovendo una lingua più flessibile nel rispetto del sesso e del genere, inteso non in senso riduttivamente  biologico.

20190506 Fusco

La prof. Fabiana Fusco e la Presidente Federica Quaglia

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