Le due candidate alla presidenza nazionale Miriam D’Ascenzo e Leila Picco

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Ripercorri con noi la tua attività professionale. Quali gli elementi che l’hanno caratterizzata? Se dovessi utilizzare un aggettivo quale sarebbe?

Leila Picco: Il primo approccio con il mondo del lavoro giunse negli anni dell’Università, quando venni chiamata per una supplenza biennale di matematica in un Istituto tecnico superiore, tutto maschile. In quel periodo avevo 22 anni e i miei studenti frequentavano le ultime due classi. Mantenere disciplina e attenzione non fu impresa da poco. Questa esperienza giovanile mi servì a rendere meno traumatico il passaggio successivo quando, a 26 anni, mi ritrovai con degli allievi dell’Università. Il mio professore mi aveva affidato subito un corso di insegnamento e, l’essere quasi una coscritta, non mi rese facile il compito. Dovetti ovviare con tanto tanto studio. Una volta a regime il lavoro si adeguò agli standard naturali e, nel tempo, ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissata nei tre settori tipici di questa attività: la didattica, la ricerca e la pubblicistica. Aver a che fare con i giovani è sempre stimolante. Direi che l’aggettivo richiesto è: stimolante.

Miriam D’Ascenzo: L’elemento caratterizzante la mia attività professionale è stata la fortuna di aver avuto dei “maestri” che sono stati anzitutto esempi fondamentali di etica professionale, mai gelosi del proprio sapere e mai invidiosi del successo altrui. Figure impegnative, che hanno dato significato all’insegnamento che la crescita professionale vale primariamente per se stessi e richiede passione, impegno, senso di responsabilità, onestà intellettuale. Tutto quel che segue ne è naturale conseguenza. Un aggettivo appropriato per definirla? Dinamica.

Durante la tua carriera quali gli ostacoli che hai dovuto superare? Pensi di essere stata in qualche modo penalizzata?

Leila Picco: Se dovessi dire che non ritengo di aver avuto particolari ostacoli si potrebbe pensare che mitigo la realtà. Posso dire, allora, che gli ostacoli per me sono stati quelli tipici della vita universitaria non fortemente segnata da elementi di genere. È nel mio carattere, comunque, non dare eccessivo peso alle difficoltà ma, semmai, individuare gli aspetti problematici di ogni momento e impegnarmi a trovare soluzioni.

Miriam D’Ascenzo: Gli ostacoli sono quelli che si presentano ad ogni donna nel mondo del lavoro: dover dimostrare daccapo ogni giorno di essere all’altezza dei compiti che le sono affidati e l’impossibilità di vedere perdonati facilmente gli errori. Da qui la necessità di un impegno ed un’attenzione continui, sempre a performances costanti, meglio se elevate. Penalizzata? Non in modo particolare, probabilmente aiutata dal fatto che, per carattere, non mi tiro mai indietro di fronte alle sfide. Forse avrei potuto ottenere di più, ma purtroppo non sempre, pur avendo le ali per volare, si hanno…”carrelli di atterraggio”.

È stato difficile dividere il tuo tempo fra attività professionale e cura della famiglia?

Leila Picco: Svolgere un lavoro quando si ha una famiglia e conciliare gli impegni che entrambe le attività comportano richiede una notevole capacità di organizzazione. I primi tempi sono stati destabilizzanti poi, come tutte, ho trovato le risorse che mi hanno aiutata a procedere. Certo è complicato riuscire a rispettare le esigenze affettive e materiali di ognuno ma, i risultati raggiunti, mi fanno dire che non è impossibile.

Miriam D’Ascenzo: Difficile no, impegnativo certamente. Impossibile, comunque, senza accettare di “terziarizzare”, seppur limitatamente al minimo indispensabile, le cure della famiglia. Difficile è invece la capacità di estraniarsi, quando si lavora, dal pensiero di ciò che avviene a casa ed al tempo stesso essere pronte ad intervenire in caso di necessità. Inevitabilmente faticoso svolgere costantemente e contemporaneamente un “doppio lavoro”.

Come è avvenuto il tuo incontro con il Soroptimist? Cosa ti ha dato in tutto questo periodo?

Leila Picco: Il mio mondo del lavoro e quello del Soroptimist si sono incrociati poco più di vent’anni fa. L’allora Preside della Facoltà di Economia e Commercio, dove insegnavo, era la professoressa Germana Muttini, la quale era, anche, socia del club di Torino. Da tempo mi parlava con entusiasmo della sua associazione, di ciò che aveva realizzato durante il biennio di presidenza, dei progetti in corso e così via. Quando la domanda per la mia ammissione venne accettata mi comunicò che avrei potuto e, direi dovuto, entrare nel club. Ormai ero pronta e, anzi, mi sarebbe dispiaciuto se non lo avesse fatto. Ecco come il tutto si è combinato. Cosa ti ha dato in tutto questo periodo? Difficile non cadere nella retorica per rispondere alla domanda. Molti sono gli aspetti personali positivi che mi derivano dal far parte del Soroptimist, forse sono divenuti talmente connaturati da renderli difficilmente distinguibili. Sintetizzando direi che mi ha aiutata ad avvicinarmi di più agli altri.

Miriam D’Ascenzo: Ho incrociato il Soroptimist per caso. Ero stata invitata a svolgere una relazione in occasione del 25°anniversario dell’AIDDA di Pescara ed il mio intervento ha suscitato l’interesse di alcune soroptimiste presenti. In seguito sono stata contattata da alcune socie che, dopo avermi spiegato finalità ed obiettivi dell’Associazione, mi hanno invitato a farne parte. Ho riflettuto sull’impegno che veniva richiesto perché ero già molto occupata su vari fronti. Poi, comunque, ho deciso di accettare. Ritengo di essermi adoperata con spirito di servizio e di condivisione. Ne ho avuto in cambio stima ed amicizia, solidissime in molti casi. Mi sento gratificata per la possibilità che mi viene offerta di operare con donne e, attraverso le donne, per la società.

Attraverso quali azioni il club può diventare sempre più incisivo nella realtà che ci circonda?

Leila Picco: Rendere l’attività del club sempre più efficace e adeguata è una linea di arrivo che mi piacerebbe raggiungere rapidamente. A mio parere si dovrebbe, in primo luogo, acquisire gli elementi utili a riconoscere quelle che sono le reali priorità che, in ogni singolo momento, assumono rilevanza. Subito dopo occorre individuare le risorse, non solo economiche, di cui ci si può valere e quindi proseguire con azioni concrete mettendo in atto ciò che può servire per dare una risposta. Per incidere si deve agire, mettere in uso tutti gli strumenti dei quali si dispone, passare dalle parole ai fatti. Ciascuna di noi è consapevole dei limiti che ogni club ha e, di conseguenza, è indispensabile individuare obiettivi adeguati alle risorse. Una delle risorse di cui disponiamo è la professionalità delle socie che ci può supportare, sia per capire i bisogni da soddisfare, sia per condurre a termine i service. Il coinvolgimento attivo sui nostri progetti delle realtà presenti nel territorio è uno strumento efficace, laddove i soli mezzi interni non possano farcela.

Miriam D’Ascenzo: Credo non sia possibile, senza tener conto dei diversi orizzonti di riferimento legati alle necessità dell’ambiente, fare sinteticamente un elenco delle azioni che possono incidere su una realtà complessa ed estremamente mutevole quale è quella rappresentata dal momento storico che viviamo. Posso invece stilizzare le caratteristiche di tali azioni: tutte quelle che creano, in egual misura, opportunità per tutti e responsabilità condivise; tutte quelle che partendo dalla visione della società e dal reale ascolto dei suoi bisogni, si fanno carico di operare per un benessere sociale duraturo e sostenibile. Poiché ogni associazione di servizio, nella realtà attuale, si adopera sempre più per “sussidiare” l’azione talora inesistente, più spesso inefficiente, delle pubbliche istituzioni, ritengo che, a fronte di una strategia comune, possano esservi una varietà di “tattiche” per una crescita intelligente,sostenibile ed inclusiva del segmento femminile e, in definitiva, per il raggiungimento di una condizione di benessere per l’intera collettività.

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